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Il fumetto e la musica

In questo periodo di promozione, durante le interviste spesso mi chiedono se ascolto musica mentre disegno e quale. Apparentemente quella che sembra una domanda banale rivela più di un aspetto interessante.
Il fumetto è da sempre considerato un parente stretto del cinema con il quale condivide molte cose (a partire dal montaggio) e molte differenze. Una di queste è proprio la mancanza di suoni. La musica nei film è un elemento fondamentale, spesso più dei dialoghi. Provate a pensare ad una scena capolavoro del cinema. Chessò, pensate a Kubrick e al suo 2001, odissea nello spazio o ai film di Sergio Leone. La musica accompagnata alle immagini penetra nelle menti degli spettatori a livelli non raggiungibili con un semplice scambio di battute.
Il fumetto ha elementi riconducibili alla musica. Penso per esempio al ritmo. Ma è un mezzo muto, esattamente come la letteratura e deve fare i conti con questo.
Tutto questo per dire che quando scrivo, quando penso ad un fumetto, ho bisogno di silenzio. All'inizio ascoltavo musica, creavo una vera e propria colonna sonora. Ma poi, rileggendo quello che avevo scritto mi sono accorto che quella musica in qualche maniera era necessaria alla storia e, ovviamente, quella musica non sarebbe arrivata al lettore.
Da allora relego il piacere dell'ascolto di buona musica solo nelle fasi più esecutive del mio lavoro.

Fumettista e illustratore, vivo nelle Marche con la mia famiglia.

Ho pubblicato i fumetti Keires, Sali d'argento (Innocent Victim), tradotti anche in Francia e negli Usa, Numeri (Magic Press), Metauro, Il brigante Grossi e la sua miserabile banda (Tunué) e A caccia di rane (Topipittori).

Ho disegnato Il vangelo del coyote (Guanda) e la trilogia FactorY (Fernandel), sui testi di Gianluca Morozzi.

Ho scritto e disegnato racconti a fumetti per Il manifesto, Corriere della sera, Coconino Press e Black Velvet.