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Ancora sull'annosa questione della graphic novel

Ebbene sì, ci risiamo. Continuano le polemiche su questo termine che descrive, lo ricordo per quei pochi lettori che ancora non sanno bene cosa si intenda, un tipo particolare di fumetto, quello autoconclusivo in forma di libro. La definizione è molto approssimativa ma negli ultimi anni è servita a comunicare in maniera semplice una tipologia di fumetto, non necessariamente migliore o peggiore di altre, ma diversa. A giudicare dalla prosperità di questi fumetti direi che è servita anche a sdoganare il fumetto al pubblico del libro classico perché appunto più simile ad un romanzo che ad un racconto di genere.
Vero è anche che spesso l'incompetenza di molti giornalisti e (qualche) editore ha cercato di far passare una presunta superiorità qualitativa della graphic novel, esattamente come anni fa lo si faceva con il concetto di "fumetto d'autore" vs "fumetto seriale". Di certo noi autori non lo abbiamo mai pensato. Perlomeno non mi è mai capitato di sentire un autore dire questa sciocchezza. Quindi perché continuare ad accanirsi sul termine e non su chi ne fa un uso sbagliato? Esempio recente quello di Diego Marani sul Fatto Quotidiano, ripreso dal buon Stefanelli e dileggiato da Igort.

Vivo e lavoro a Fano con la mia famiglia.

Ho pubblicato i romanzi a fumetti Keires, Sali d'argento (Innocent Victim), Numeri (Magic Press), Metauro, Il brigante Grossi e la sua miserabile banda (Tunué), A caccia di rane (Topipittori), I pesci non hanno sentimenti (Coconino Press/Fandango) e Messner. La montagna, il vuoto, la fenice (Coconino Press/Fandango).

Ho disegnato Il vangelo del coyote (Guanda e Mondadori) e la trilogia FactorY (Fernandel), sui testi di Gianluca Morozzi.

Collaboro con Il manifesto e il Corriere della sera.